Ognuno regola la propria condotta secondo l’immagine che si è fatta di sè. Se si desidera cambiare la propria condotta si dovrà dunque cambiare questa immagine.

 

Che cosa è l’immagine di sè?

Noi constatiamo un’immagine corporea: che è quella dei contorni, dei rapporti degli arti cioè dei rapporti spaziali, temporali, delle sensazioni cinestetiche. Vengono poi i sentimenti o emozioni e i pensieri. Tutto questo forma un insieme collegato.

 

Come si è formata l’immagine di sè?

Ciascuno ha l’impressione che il suo modo di parlare, di camminare, di comportarsi sia l’unico possibile per lui, personale e immutabile: si identifica in esso e crede di essere nato cosi. Il suo giudizio dei rapporti spaziali, dei movimenti, il suo modo di tenere la testa, di guardare, ecc... gli sembrano innati, e crede sia possibile cambiarne solamente la velocità, l’intensità e l’estensione. Tuttavia, tutto ciò che è importante dal punto di vista dei rapporti sociali, cioè dei rapporti di un uomo con gli altri è acquisito attraverso un lungo apprendimento: si impara a camminare, a parlare, a vedere in un’immagine dipinta o fotografata la terza dimensione, ed è dalla casualità dei luoghi di nascita e dell’ambiente di una persona, che dipende quello che saranno i suoi movimenti, il suo atteggiamento, la lingua che , parlerà, ecc...

Così quando impariamo un'altra lingua, rechiamo sempre traccia di un accento, il che significa che un’educazione acquisita in precedenza disturba l’acquisizione di una nuova. Provando a sedersi alla giapponese o all'indù, si incontra difficoltà a riorganizzare il proprio corpo in questa nuova configurazione, l'abitudine ne ostacola l’apprendimento. Dunque dal momento che la prima formazione è dovuta alla casualità della nascita, la difficoltà che si prova per cambiare un’abitudine, fisica o mentale, ha poco a che vedere con l’ereditarietà e l’individualità, ma è propria di qualsiasi cambiamento di abitudine già acquisita.

Vediamo così che la difficoltà non è legata alla sostanza dell’abitudine, ma al suo ordine temporale, cioè alla priorità di un'abitudine anche se acquisita per caso. Questo mette in evidenza che l’immagine di sè è, anch'essa, acquisita a caso nella vita. S'impone dunque questa domanda: è possibile apportare dei cambiamenti che permetterebbero di imparare nuovi modi di comportamento diversi per scelta e che siano tanto adatti alla persona quanto quelli che ha acquisito, senza rendersene conto nel corso della sua vita?

Bisogna comprendere che non miriamo semplicemente a sostituire un’azione con un’altra (quello che chiamiamo “statica”), ma miriamo a cambiare il modo d’agire, cioè operiamo sulla “dinamica” e sul processo dell’attività in generale.

Il dolore cronico, e ancor di più un danno neurologico, possono modificare profondamente in negativo l'immagine che la persona ha di se stessa. Solo un approccio che tenga conto delle considerazioni sopra esposte può riportare la persona a ricomporre la sua auto immagine in un modo progressivo ed efficiente.